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Quotidiana-mente

17 febbraio 2011
F. Bortolozzo, 080506_01 dalla serie Un habitat italiano

Fulvio Bortolozzo non è forse un nome conosciutissimo nel mondo della fotografia, purtroppo. Purtroppo perché in lui io vedo incarnato il senso della ricerca allo stato puro, al di là di ciò che provoca il “mi piace”, “funziona”, l’applauso insomma.
Quando scelgo di parlare di qualcuno non sempre lo faccio valutando in modo asettico e professionale il valore culturale, artistico, contemporaneo del fotografo (che qui comunque non mancano), mi riservo anche il diritto di segnalare persone la cui opera ha per me un significato particolare, quasi personale. Quando avevo 17 anni mi era venuta l’idea di realizzare delle immagini che illustrassero la “desolazione” (pensate in che posto allegro devo vivere), così sono andata in giro per un po’ con la bici e la macchina a fotografare fabbriche, ciminiere, discariche, ma il risultato non fu esaltante. Il risultato avrebbero dovuto essere queste foto. Dopo le schiere di “bekerini”, “basilichini” e “struttini” – imitatori – è arrivato Fulvio che dà un senso profondo a quello che inquadra, perché ci crede e questo traspare. Fotografare un parcheggio, una strada sterrata, fabbriche dismesse, case allo sfascio, porte arrugginite in campi da calcio scorticati, depositi di camion, cantieri lasciati a metà, passi carrai e farlo con tanta costanza e coerenza vuol dire avere intelligenza. Vuol dire scoprire una declinazione del reportage. Perché noi quelle immagini le vediamo tutti i giorni e le vediamo con quei colori lì slavati, con quel cielo informe e compatto e inquinato, con quello spazio sgraziato, compresso tra file di case e allo stesso tempo così vuoto, che ci fa pensare: “Guarda non c’è in giro un cane… o forse sono io solo come un cane”.

F. Bortolozzo, 080215_01 dalla serie Un habitat italiano
F. Bortolozzo, 080325_02 dalla serie Un habitat italiano
F. Bortolozzo, 080401_02 dalla serie Un habitat italiano
F. Bortolozzo, 2011, Torino dalla serie Passi carrai

F. Bortolozzo, 080215_02 dalla serie Un habitat italiano

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From → Penso

19 commenti
  1. Molto bello il finale dell'articolo.

    Probabilmente è così: si riprende ciò che si è.

    Quando si è pieni di fiducia si cerca la natura rigogliosa, non toccata dall'uomo (irrealtà, oserei direi, sogno), quando si vede che la società ti porta via amori e amici si riprendere lo squallore, ma poi dev'esserci un punto intermedio in cui accetti le cose come stanno e allora cerchi di vedere anche il mondo industriale e distruttivo intorno a te con occhi diversi per accettarlo e per cercare di vedere della vita, vita che comunque ci sarà sempre finchè ci sarà il sole e finchè crescerà un filo d'erba!

    Superati quei due stati d'animo, da un po' di tempo mi sento come Eggleston..ricerca del colore nel mondo urbano, della luce, della vita nell'inanimato perchè rimanda ad altre vite, e perchè come dicevo alla fine bisogna accettare la realtà, non possiamo farci nulla, possiamo migliorare noi stessi, cambiare il nostro stile di vita, ma siamo cmq sempre soli, anzi, forse cambiano rischiamo di esserlo sempre di più (una volta ci si univa per difendere la Patria, ora ci si unisce per cumulare tonnellate di spazzatura).

    http://www.egglestontrust.com/troubled_waters.html

    http://www.egglestontrust.com/14_pictures.html

  2. Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  3. @Danx: il tuo commento è davvero profondo, è bello vedere che ciò che scrivo e i fotografi che propongo suscitino nuove chiavi di letture e riflessioni personali.

    @Watanabe: premetto che il mio commento non vuole scatenare una di quelle polemiche senza fine che ODIO nei blog.
    Chi segue questo blog da un po' sa che non amo la piaggeria e sono abbastanza avara di complimenti. Detto ciò, a parte che dire a un fotografo che il suo lavoro è monco non è dirgli che ha un “solo” difetto, ma un difetto enorme; penso che le sue foto sono interessanti proprio per ciò che dici tu: l'ambientazione, l'atmosfera sono scontate e banali, NON le foto. Vedi, io ho visto vari servizi di questo tipo, appunto come dicevo nel post, di imitatori: “l'ha fatto Thomas Struh, quindi si vede che funziona, quindi lo faccio anch'io”: ne escono immagini a caso di spazi a caso della città. La differenza qui è che c'è una narrazione, c'è una scelta ben precisa, un taglio, una pulizia dell'inquadratura che si raggiunge dopo anni di pratica ed esercizio di stile.
    Le foto notturne (non sono paesaggi) non sono illuminate a giorno, c'è un'ottimizzazione dei punti luce che dà a mio avviso un'atmosfera teatrale.
    Fatte e ripetute le 2 premesse iniziali: Fulvio Bortolozzo insegna grafica e fotografia, ha al suo attivo premi, pubblicazioni, mostre collettive e personali, è riconosciuto a livello nazionale come fotografo del paesaggio urbano contemporaneo. Anch'io vedo spesso fotografi, anche professionisti, che non amo, non trovo originali e innovativi, tuttavia cerco di capirne il valore oggettivo, che cosa viene notato in loro da persone che ne sanno di fotografia moooooolto più di me, prima di definirli “non di livello” e “scontati”.

  4. Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  5. Come per l'altro post: non condivido ma rispetto la tua opinione 😉

  6. Solo un intervento per ringraziare innanzitutto Anna del suo graditissimo, quanto inatteso, post. Ogni segno d'apprezzamento da parte di persone che stimo, e con cui evidentemente condivido della sensibilità, mi incoraggia grandemente nel proseguire il mio lavoro.
    Ho anche scoperto con piacere di avere pensieri, sentimenti e, penso, anche luoghi d'azione in comune con Danx, che mi pare abbia portato un contributo molto utile sul tema dell'accettazione delle cose “per come sono” e sulla solitudine. Mi sono poi necessariamente soffermato su Watanabe per capire da quale differenza culturale tra noi potessero arrivare le sue riserve, espresse forse con una certa ruvidezza giovanile. Se il mio surfing sulla rete non mi ha tradito, sono entrato nel mondo cinefilo e lucchese di Andrea Bernardini, che si affaccia sull'editoria web milanese/giapponese di (ultima) tendenza. Anche qualche sua fotografia di persone e luoghi mi ha dato altri elementi di valutazione. Ne concludo provvisoriamente che esprimiamo concezioni davvero molto lontane su cosa possa essere arte e come si riesca a metterla in relazione con il mezzo fotografico. In questo senso, mi sento di dover raccogliere con cautela le sue indicazioni sulle mie manchevolezze, fermo restando il mio sentito ringraziamento per averle espresse. Ogni voce, ogni segno servono sempre a camminare per la propria inevitabile, ma altamente variabile, strada.

  7. Grazie a te, Fulvio e a presto!

  8. Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  9. commento da ignorante e da persona che di fotografia sa davvero poco, da persona che, molto banalmente, davanti a un'opera d'arte, a una foto, si limita a dire “mi piace”, “mi rappresenta”, “mi ritrovo in essa”.
    allora dico soltanto che forse apprezzare queste foto significa semplicemente riconoscersi in esse come protagonisti, come abitanti di esse. non apprezzarle vuol dire solo non consocere se stessi e i luoghi in cui, come me, si è nati.

  10. @Watanabe/Bernardini
    Sono deluso da questa risposta e non aggiungo altro per evitarmi ulteriori letture.

  11. @Watanabe: caro Andrea, Fulvio avrebbe potuto risponderti in modo ben più sarcastico e aspro, dato quanto hai scritto di lui; credimi: conosco persone che per molto meno ci sarebbero andate giù molto più pesanti. Invece Fulvio, da vero signore e professionista, ti ha semplicemente risposto che i vostri modi di intendere la fotografia sono molto diversi e che forse i tuoi giudizi sono dettati dalla giovane età; ha evitato per es. di farti notare che, perdonami, le tue foto sono tecnicamente acerbe e appartengono al genere “già visto 999 volte”. In che cosa non saresti libero di esprimere il tuo libero pensiero? Forse avrei dovuto tenere il tuo commento e cancellare quello di Fulvio? E no tesoro, cresci un attimo!

    @Emanuela: non capisco a chi ti riferisci

  12. Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  13. Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  14. Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  15. Guarda io invece ti rispondo qua perchè non ho paura ad esprimere il mio pensiero. Sì io credo che per permetterti di criticare negativamente un fotografo devi essere almeno al suo pari, sì è proprio quello che penso; sì dato che le tue foto non sono di qualità, impara e poi critiche quelle di altri: sì è proprio così che funziona, si chiama buon senso. Io commento, faccio recensioni, cerco soprattutto di imparare dalle persone che segnalo, cosa dovrei fare prendere X e dire: “visto le sue foto? fanno proprio cagare!” ma come ragioni scusa?
    Sono stata aggressiva? Non accetto le critiche? Ma se gli ultimi miei commenti prima dei tuoi deliri sono stati “non condivido ma rispetto la tua opinione”. Invece tu le accetti le critiche vero? ammazza se non le accettavi ti trovavo sotto casa armato! E poi dire che “non ti interessa neanche riportare il mio nome” è proprio una caduta di stile, credimi non ci fai una bella figura.
    Ma ho mai cancellato i tuoi commenti, ti ho mai impedito di parlare? Ma in definitiva tu che cazzo vuoi?

    Ahhh non ti piacciono il mio blog e Shutter Island: ehhh bhe io e Scorsese ce ne faremo una ragione

  16. Anna, sono arrivato al tuo blog vagabondando a partire dal sito di Fulvio Bortolozzo, mio attuale docente di fotografia. Ho letto il tuo plauso – centratissimo – alla sua opera ed alla sua coerenza e le risposte rissose che ha evocato. Per amicizia e per istinto avrei voluto dire la mia su Fulvio (che peraltro sa difendersi benissimo da solo)ma mi sembra si sia già detto tutto. Stavo rileggendo in questi giorni “il profilo delle nuvole” di Ghirri, dove c'è una frase di Gianni Celati che credo si attagli perfettamente all'opera di Fulvio “E le cose sono rimaste lì sotto il cielo, pregne dei loro colori, nè belle nè brutte, ma finalmente guardabili senza prevenzioni”. Mi sembra si addica anche ad altri, non ultimo J.Gospel Quaglia che mi hai appena fatto conoscere, e vorrei che si addicesse a tante cose che fotografo. Da vecchio melomane e bibliofilo, ci tenevo a segnalarti una piccolissima imperfezione in questo tuo blog, ossia che “about a boy” è sì un film con Hugh Grant, ma prima ancora un bellissimo romanzo di Nick Hornby, uno che scrive, guarda caso, di cose rimaste sotto il cielo, nè belle nè brutte. Un abbraccio e a presto.
    Marco Garrone

  17. Ciao Marco, benvenuto!
    Ghirri e Celati dicono qualcosa di sempre attuale, come tutti i grandi.
    Ti ringrazio per la segnalazione del libro (la mia amica Manu se non lo conosce, si precipiterà in libreria!); guarda io di “About a Boy” ho un ricordo molto piacevole e qualche tempo prima me lo ho citato appunto Manu e così è nato il titolo del blog.
    Ho visto il tuo blog ma non ho trovato molte immagini e ora sono curiosissima: link link link!

    Anna

    P.S.: permettimi anche tu una piccola piccola cosa: Quaggia non Quaglia 😉

  18. Ciao Anna, scusa per il typo su Quaggia/Quaglia, che ovviamente non voleva essere derisorio. Il mio blog è essenzialmente di musica (“album bianco” come l'albo da colorare ma anche come il White Album beatlesiano) ma nulla esclude che possa mutarsi in album fotografico. I miei scatti, in tutto il loro ingenuo candore – come vedi non ho nè temi nè stile – li puoi trovare a http://www.photo.net/photos/MarcoGarrone. Comments welcome, come sempre.
    Marco

  19. mi permetto di prendermi la colpa per l'errorino di Anna a proposito di About a Boy, dato che la Manu in questione sono io.
    Non ho mai avuto il piacere di leggere il libro, ma ho letto altro di Nick Hornby e trovo questo scrittore intelligente e attento ai dettagli, al quptidiano, senza che cada mai nel banale…in pratica una di quegli scrittori che davvero meritano tale nome.
    Ora, caro Marco, mi sento un po' in difetto: parlare del libro mi invoglia a leggerlo al più presto.

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