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Ma cosa c’entra Candy Crush Saga con Lee Friedlander???

8 novembre 2013
02.Friedlander_300dpi

Lee Friedlander, Boston, 1985, from MIT

Ebbene lo ammetto, quel giochino diabolico che è Candy Crush Saga ha coinvolto anche me…
L’altro giorno, mentre cercavo di mettere insieme quelle dannate caramelle, mi sono venuto in mente, all’improvviso, alcune fotografie di Lee Friedlander.

Well I admit, that little devilish game that is Candy Crush Saga has affected me too…
Some day before, while I was trying to put together those damn candy, I thought, suddenly, to some photographs by Lee Friedlander.

Fanno parte di “At Work”, una serie forse meno conosciuta ma che io trovo incredibilmente interessante (come praticamente tutti i lavori di questo “signore” di Pasadena). Negli anni ’80, i computer “invadevano” il mondo del lavoro (e il mondo in generale), a partire dagli Stati Uniti e Friedlander si aggirava per uffici identici in diverse Nazioni per immortalare dipendenti già un po’ morti, risucchiati da schermate non sempre comprensibili.
Inchiodati in postazioni più o meno ampie, illuminati da crudeli luci fredde, milioni di persone trascorrevano gran parte della vita in non-luoghi neutrali, asettici, spesso noiosi.
La capacità di questo fotografo di parlare in modo semplice e chiarissimo di problemi epocali come il rapporto uomo-macchina e la spersonalizzazione del lavoro è dal mio punto di vista magistrale.

They are part of “At Work”, perhaps a series less known but that I find incredibly interesting (like pretty much every work of this “gentleman” from Pasadena). In the 80s, computers “invaded” the world of work (and the world in general), from United States and Friedlander went round in identical offices in different countries to capture employees a bit dead, engulfed by screens not always understandable.
Confined in workspaces more or less wide, illuminated by cruel cold lights, millions of people spent most of his life in neutral, aseptic, often boring non-places.
The ability of this photographer to speak in simple and clear way of momentous problems as the man-machine relationship and the depersonalization of work is masterful IMHO.

lee_friedlander_at_work_a_1000

Non siamo forse tutti un po’ così davanti al computer? Assorti, con gli occhi fissi, un po’ “rimbambiti”? Che si tratti di lavoro o svago è come se fossimo immersi in una bolla e può anche crollare il mondo – reale – intorno, tanto a noi interessa solo quello virtuale in quel momento…
E con questo vado a completare il livello 154! Forse.

Aren’t all of us like this in front of a computer? Absorbed, with eyes fixed, a little “dumb”? Whether it’s work or leisure it’s as if we were immersed in a bubble and the world – the real one – can also collapse around, so we are only interested in the virtual world at that moment …
Then… I’m going to complete the level 154! Maybe.

Lee Friedlander, "At Work" series

Lee Friedlander, “At Work” series

Lee Friedlander, "Cray at Chippewa Falls, Wisconsin", 1986

Lee Friedlander, “Cray at Chippewa Falls, Wisconsin”, 1986

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From → Penso

5 commenti
  1. Si, belle foto. Anch’io lavoro al computer.. Mi sono un po’ riconosciuta nella donna che poggia il viso sulla mano.. Io a fine turno!!

  2. Grazie, non conoscevo questo lavoro. Ma mi sono chiesto tante volte perchè le persone che lavorano davanti allo schermo di un computer non sorrridano mai! E non ho mai pensato di fotografarle, questa è una mia mancanza!
    Ora, viste queste foto mi domando cosa abbia fatto di male la signora nell’ultima foto per essere torturata in quella strana macchina!
    robert

    • Forse non sorridono perchè sanno che dall’altra parte dello schermo nessuno li può vedere… La signora sembra piuttosto spaesata.

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