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God save the creative people

18 gennaio 2014
photo by Abdul Aziz al Otaibi

photo by Abdul Aziz al Otaibi

Questa settimana ho seguito un po’ la vicenda di #coglioneNo e relativo strascico polemico.

This week I followed a little the story of #coglioneNo and its controversial aftermath.

Per chi non sapesse: il collettivo Zero ha realizzato una campagna, composta da 3 video, a favore di chi lavora in ambito creativo, dal titolo #coglioneNo, e li ha messi su youtube. La campagna si rivolge innanzitutto ai datori di lavoro che commissionano lavori (grafici, di copyright, web design, ecc.) per poi pagarli non con volgare moneta sonante ma con allettante visibilità; e in secondo luogo ai creativi, invitandoli a non accettare collaborazioni non retribuite. Naturalmente ha subito preso fuoco una discussione incandescente a proposito di questi figli di papà che bivaccano tutto il giorno e si fanno chiamare “creativi” e poi sul fatto che ora che il video è diventato virale, i ragazzi di Zero sono “famosi” e quindi nessuno gli chiederà più di lavorare gratis, ma bisogna fare una cosa “straordinaria” come hanno fatto loro, ecc.
Ciò che penso di tutto ciò si potrebbe sintetizzare in un’enorme freccia che riporta al mio post precedente. Però poi ho letto questo articolo e – non so voi – ma io ci vedo un nesso. Dunque: Abdul Aziz al Otaibi scatta una foto e la mette su Instagram. La foto “esplode” sui social e tutti pensano che sia un orfano siriano addormentato tra le tombe dei suoi genitori. Tutto falso: il bambino non è orfano, è il nipote del fotografo, non sono tombe, ma cumuli di terra e sassi, l’immagine non è stata ripresa in Siria ma in Arabia Saudita e fa parte di un progetto artistico dell’autore.
Ecco questi i fatti. In Italia si è subito usato il termine “bufala“, all’estero si è semplicemente riportata la notizia. In Italia si sente subito odore di presa in giro. Siamo talmente portati a pensare alla mala fede che non c’è neppure il beneficio del dubbio di fronte a qualcosa che cerca di andare oltre. Meglio passare ore a commentare su blog di altri il pensiero di altri ancora piuttosto che mettersi in gioco. Poi ci stupiamo che le persone creative – non chiamiamoli “creativi” dai, che non vuol dire niente! – stiano altrove.

For those who do not know: Zero collective has created a campaign consisting of 3 videos in favor of creative workers, entitled #coglioneNo, and put them on youtube. The campaign is primarily referred to employers who commission work (graphics, copyright, web design, etc..) and then not pay with vulgar hard cash but with attractive visibility; and secondly, to the creative workers, urging them not to accept unpaid collaborations. Of course an incandescent discussion catches on fire about these spoiled guys who bed down all day and call themselves “creative”. Then on the fact that now the videos went viral, the guys at Zero are “famous” and no one will ask them to work for free anymore, but you have to do something “extraordinary” as they did, and so on.
What I think about the question could be summed up in a huge arrow back to my previous post. But then I read this article – I don’t know if you think the same – but I see a connection. So: Abdul Aziz al-Otaibi takes a photo and put it on Instagram. The picture “explodes” on social networks and everyone thought it was a Syrian orphan asleep among the graves of his parents. All false: the child is not orphan, he’s the nephew of the photographer, they’re not tombs, but heaps of earth and stones, the picture was not taken in Syria but in Saudi Arabia and is part of an art project’s author.
There are the facts. In Italy, the term “spoof is immediately used, abroad they have simply reported the news. In Italy we immediately feel the smell of teasing. We are so inclined to think of the bad faith that there is not even the benefit of the doubt in confront of something that tries to go forward. Better to spend hours commenting on other blogs the thoughts of other people rather than get involved. Then we are surprised that creative people – don’t call them”creative” come on, it doesn’t mean anything! – ere elsewhere.

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From → Penso

6 commenti
  1. Per la campagna #coglioneno, io credo che il messaggio sia giustissimo. E credo che non ci fosse il retropensiero “facciamo questa cosa così diventiamo famosi”. Chi l’ha ideata e realizzata ha fatto semplicemente il proprio mestiere. E ha passato un messaggio, facendo il proprio mestiere. Cioè realizzando dei video ficcanti, che arrivassero al cuore e al cervello. Sono stati bravi, e sono stati premiati. Per una volta che il sistema funziona, io sono solo contento.
    Sul discorso delle bufale, il punto è che la rete è piena di falsi. E tutto sommato, a me interessa poco se c’è o meno la connivenza dell’autore della foto. Il centro del problema, a mio parere, è che c’è qualcuno che approfitta di un’ambiguità. Solo apparentemente questo si fa per un messaggio umanitario o pseudo-tale, nella realtà lo scopo è solo alimentare movimento, far girare l’informazione. Ricordi la storia della bambina malata, ricoverata in ospedale, che voleva ricevere il massimo numero di email prima di morire? E’ una roba degli albori del web, parliamo di 15-18 anni fa. Le bufale son bufale, secondo me. Ed è giusto smascherarle per fermare il traffico associato.

    • Caro Wish, questa volta non sono d’accordo.
      Non ho scritto che il messaggio di #coglioneNo sia sbagliato, nè che i ragazzi di Zero abbiano avuto quel retropensiero. È ovvio che il lavoro va retribuito, non bisognerebbe proprio discuterne. Quello che mi lascia perplessa è la solita polemica che ne è scaturita e poi anche il fatto (come notava qualcuno) che molto probabilmente ai datori di lavoro “sfruttatori” la discussione non è arrivata nè tantomeno interessa che arrivi. In questo senso rimane un “piagnino” condiviso da molti che poi – di fatto – non hanno modo di cambiare la situazione.
      Il fotografo arabo non ha mai detto che quella foto era di un orfano siriano (come tu hai italiana/mente pensato ;)) e quando ha scoperto come era stata interpretata in rete, ha subito chiarito. Quindi il suo – a mio parare – resta un puro atto di creatività.

      • No, io credo semplicemente che se in molti facessero cose di quel tipo la sensibilizzazione aumenterebbe. E le polemiche si abbasserebbero. D’altra parte se una cosa non va come è giusto e sacrosanto che sia (cioè chi lavora deve essere pagato) allora è giusta la denuncia. E che ce ne siano tante, e ci siano tante polemiche! Parlatene, anche male ma parlatene, si diceva tanto tempo fa.
        Sulle bufale ribadisco: trovo poco interessante che l’autore sia o meno consapevole, che prenda o meno le distanze. A me interessa che chiunque abbia concepito la bufala sia smascherato. Che la bufala sia rivelata per quel che è, indipendentemente dalla sua genesi. Il suo è un atto di creatività. Ma l’uso che è stato fatto della sua creatività è una bufala. Lui non c’entra niente con questa bufala, ma la bufala esiste. E d’altra parte se vedi una foto come quella con scritto “Orfano siriano” di primo acchito pensi che sia un orfano siriano. O no?

        • Scusa, forse non sei informato, ma la rivendicazione che il lavoro vada pagato – e non con la visibilità – è vecchia come il cucco (per esempio lui, nel modo sarcastico e cinico che lo contraddistingue: http://www.aphotoeditor.com/2011/01/12/thinking-of-working-for-free/). Solo che nel caso di Rob Haggart, il messaggio, molto chiaramente è: “Non accettare e passa avanti e se lo fai non ti lamentare della “sòla” che ti prendi, perchè te la sei cercata”, il messaggio di Zero, molto più italiano è: “Vedi, noi, poveri cucciolini indifesi e loro cattivi stronzi… gne gne buuuuu”. A ciò si aggiungono quelli che: “Hai fatto lo IED? Ben ti sta che non trovi lavoro”. Che poi è pur vero che alcuni pensano che basti dichiararsi “creativo” per pretendere di farsi pagare, come è vero che ci sono altri che avrebbero voluto fare i “creativi” ma per vari motivi non ci sono riusciti, quindi sputano veleno e invidia non appena ne sentono il nome. Risultato? Piagnisteo. Soluzioni proposte? Numero di datori di lavoro a cui la “rivoluzione” è arrivata? Uguale al nome del collettivo: zero. Certo, se tutti smettessero di lavorare gratis, oggi senza se e senza ma, la questione sarebbe chiusa. Chi è capace di far diventare la propria attività un business campa, gli altri chiudono bottega (e questo lo dico su entrambi i “fronti”: sia la rivista che non paga i collaboratori, sia il collaboratore che vuole essere retribuito per quanto scrive). Esattamente come se tutti, oggi senza se e senza ma, smettessero di pagare il pizzo, la mafia sarebbe sconfitta. Perchè non succede? Perchè evidentemente c’è una certa connivenza (diversa ovviamente e data da ragioni diverse nei due casi) ma comunque connivenza è.
          Di nuovo sul fotografo arabo: sinceramente non mi interessa chi ha usato quella foto come e non penso ci sia bisogno di “stracciarsi le vesti” nello smascherare la bufala, anzi se questa “bufala” è servita a far riflettere sui bambini siriani, orfani di guerra, ben venga. La scritta non l’ha messa il fotografo e se qualcuno legge un nome arabo e lo ricollega alla Siria, non è certo colpa sua.

          Buona giornata e… non la prendere così sul serio 😉

  2. Mi spiace che sia passato un tono serioso, non era mia intenzione.
    Sulle bufale non ci capiamo, la chiudo qui.
    Sul collettivo, siccome siamo in Italia e non altrove, siccome veniamo da trent’anni e più di insistenza su un modello micro-egoistico che guarda solo il micro-tornaconto, sperare in un’azione di massa per la quale improvvisamente una categoria qualunque compattamente prende una decisione e la attua in nome di un bene comune è secondo me utopia. Secondo me, ribadisco. E siccome credo questo, penso sinceramente che stante questa situazione sia meglio che di certe cose si parli, piuttosto che non si parli. Tutto qui. 🙂

    • Posso anche concordare sul fatto che parlarne è comunque già qualcosa. Ma il punto è che non dovrebbe “scendere in piazza” una categoria, ma tutti! O almeno tutti i giovani! Finché gli studenti non rivendicheranno i diritti dei giovani imprenditori, che rivendicheranno i dottorandi, che rivendicheranno gli stagisti, che rivendicheranno i medici precari, ben poco cambierà…

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