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Questo post è una provocazione

10 luglio 2014

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Chi mi legge ogni tanto sa che non pubblico mai un’immagine senza specificare di chi è/dove l’ho reperita, ma in questo caso non farlo è una scelta ed è funzionale a ciò che voglio esprimere.

Who reads sometimes this blog knows that I never public without specifying the author and where I retrieved it, but in this case I don’t do it because is a choice and it is convenient to express what I want. 

Io so benissimo chi è l’autore della fotografia, quando è stata scattata e di che progetto fa parte ma non lo scriverò perchè vorrei ragionare proprio su essa e nient’altro.
In sé e per sé questa foto cosa trasmette? Poco o niente, credo sarebbe d’accordo anche chi l’ha scattata.
“Va vista la serie tutta insieme”: questa idea del considerare il progetto nell’insieme per poterlo giudicare è piuttosto recente, che io sappia, e non mi convince del tutto.
“È come se tu prendessi una parola da un libro e da quella volessi fare delle considerazioni sull’opera intera”: no, al massimo è come se volessi paragonare una foto a una pagina e se quella non ha senso, ho tutto il diritto di voler smettere la lettura. Comunque, anzi soprattutto, i fotografi per primi reclamano la loro autonomia dalle altre arti – giustamente – dichiarando del tutto improduttivo confrontare la scrittura con un’arte visiva. E allora poi non si può tirar fuori il paragone quando fa comodo 😉
Allora mi chiedo – e chiedo a chi vorrà prender parte alla discussione – se è vero, come molti fotografi sostengono, che i testi accanto alla foto non servono, anzi sono addirittura dannosi in alcuni casi e c’è chi propone di abolire anche le didascalie, vedendo questa fotografia cosa potremmo mai capire?

 

I know very well who is the author of the photo, when it was taken and the project in which is included but I don’t not write it because I’d just think about it and nothing else.
What does this pictures communicate taken by itself? Little or no, I think the photographer also agrees.
“You must to observe the entire series”: the idea of considering the project as a whole to be able to judge is fairly recent, as I know, and I’m not convinced at all of it.
“It’s like if you pick a word from a book and make some considerations on the work whole”: no, at most it’s like if I wanted to compare an image to a page, and if it doesn’t make any sense, I have every right to want to stop reading. However, even more importantly, photographers as the first claim their independence from the other arts – rightly so – declaring completely unproductive to compare the writing with a visual art. So then you can not bring the comparison out when is useful 😉
So I wonder – and I ask those who want to take part in the discussion – if it’s true, as many photographers argue, that we don’t need a text next to the picture, rather they’re even harmful in some cases and there are those who also proposes to abolish the captions, seeing this photograph what could we ever understand?

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From → Penso

12 commenti
  1. Simone Lomuoio permalink

    Ciao Anna, ti dirò di più, guardando tutto il lavoro ce ne sono molte altre di foto di questo calibro.
    Personalmente, una volta che ho aperto un libro, lo leggo sino alla fine (è un “patto” che ho stipulato con me stesso tempo fa), ma nulla toglie che possa dire: “Bella cagata”.

    Dalla mia (poca) esperienza, tempo fa, anche estrapolando un’immagine dal suo contesto (il lavoro fotografico o il racconto) raramente mi capitava di non trovare nulla che colpisse la mia attenzione. Ora succede molto spesso.

    • Anche io una volta mi ero imposta la regola del leggere il libro iniziato fino all’ultima riga, ora l’ho tolta…

      “Guardando tutto il lavoro”: quindi hai capito di chi è questa foto?

  2. Tema che mi interessa molto. Sono una “anti-progetto” da sempre, nel senso che considero questa ormai unica e ben accetta modalità di lavorare, un enorme pretesto per chi in realtà non ha molto da dire, e soprattutto non sa fare quello che prima si richiedeva sapesse fare un buon fotografo. Ma oggi, con questa mentalità, l’idea di fotografo capace di intuizione, sensibilità per gli avvenimenti in corso, occhio lungo e perspicace, prontezza e sguardo personale, non interessa più a nessuno. Devi fare un progetto, fare foto insulse, anche brutte, dar loro un senso scrivendo un papiro come manifesto del nulla e atteggiarti a profondo pensatore. Questo oggi è il fotografo che ha ambizioni artistiche. Spero di riuscire prima o poi a spiegarmi il perché di questa trasformazione, vorrei proprio capire i passaggi culturali che hanno portato a questo unico modo di concepire il lavoro. Per ora ho solo la sensazione che anche questo aspetto sia parte integrante del grande affare della fotografia contemporanea, iniziato con la nascita del digitale . Grazie per questo articolo.

    • A me il fotografo capace di intuizione, sensibilità per gli avvenimenti in corso, occhio lungo e perspicace, prontezza e sguardo personale interessa moltissimo 😉

  3. Martin Kollar o Bertien Van Manen, o autori simili (riconoscerei in Alec Soth l’interprete più interessante), sono fotografi – sempre secondo la mia opinione – particolari. Documentaristi, ma con uno stile, anche nella produzione editoriale, che strizza l’occhio all’arte in senso più ampio. E’, alla fine, la linea editoriale di MACK. Spesso proprio perché sostanzialmente documentaristi hanno bisogno di supporto didascalico o testuale “letterario” per rivelare significativamente il progetto. Nel genere fotografico in cui forse la documentazione è meno invadente, probabilmente i testo o le didascalie sono invece inutile o fuorvianti.

    • Bhe… Io credo che quelli citati, Soth in particolar modo, siano molto interessanti anche senza una riga di testo, proprio perchè c’è in loro un’aspirazione, una “vena” artistica. In questo caso, invece, si tratta di una foto di documentazione pura, senza nessuna velleità concettuale.
      Detto ciò, penso che un testo e/o una didascalia non siano mai inutili o fuorvianti (se ben scritti). Il mio post è una provocazione anche verso chi pensa che la fotografia “basti” sempre a se stessa.

  4. Ciao Anna! Ottime riflessioni.

    Premesso che io fotografo – molto, ma in brevi sprazzi – prima con le budella e poi con l’occhio, il sorriso, la macchina e quant’altro…

    Ogni foto e’ un pezzo unico, un tentativo che alle volte puo’ piacere a molti, a volte a pochi, spesso a nessuno. Se una foto non ti arresta lo sguardo, se non ti obbliga a guardarla, forse non e’ una foto ben riuscita. Indipendentemente dall’aver “visto le altre della serie” o dall’aver “letto la didascalia…”

    Se invece l’immagine si regge sui propri piedi, e se poi un fotografo ha il ghiribizzo di martellare piu’ o meno sempre sugli stessi soggetti – chi non lo fa, almeno per un periodo? – puo’ darsi che ne possa nascere una serie, per dare un ritratto a piu’ sfaccettature di quel che, in ultima analisi, e’ un unico soggetto.

    Didscalie proibite? Si e no. Riempire un buon libro di stupende fotografie con riquadrini di testo sicuramente detrae dalla buona fruizione delle immagini stesse. Pero’ trovo che includere alcune pagine, magari a fine volume con alcuni dati riguardo le singole immagini puo’ contribuire a rendere l’opera ancora piu’ ricca e generosa.

    Just my 5 cents’ worth… 😉

    • Effettivamente si può riflettere anche su questo punto: la serie nasce/dovrebbe nascere quando si sente l’esigenza di organizzare un materiale su cui si è tanto lavorato oppure quando la foto singola è un po’ “debole” e quindi insieme ad altre si fa da sostegno reciproco?

  5. Da profana quale sono mi accontento delle mie sensazioni. I miei occhi cadono su quei tre cerchi allineati. Vedo l’insieme e colgo il particolare e questo mi basta per dire che l’immagine mi piace. Che faccia parte o meno di un progetto, non mi interessa. Io, che di fotografia ne so nulla, la vedo così. Semplicemente.

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